In questo articolo ospito una persona lucida e intelligente come Anna Sidoti: ho letteralmente strappato questo post dal suo profilo Facebook per condividere questa riflessione con chi legge questo blog. Inutile dire che condivido ogni sillaba e invito tutti a fare una riflessione in merito.

Da parte mia, ho cercato di affrontare i concetti sul Canale Telegram Web Social e Cultura.

Lascio spazio ad Anna.

***

Vuoi sapere come ho fatto ad ottenere X?

Commenta, tagga un amico, lasciami la tua e-mail, fai una giravolta e te lo dico (forse)

Fuffa. Merce dozzinale, di scarsissimo o nessun valore; ciarpame, paccottiglia.

Chiacchiera senza alcun fondamento o significato, discorso risaputo, luogo comune.

E dire che è anche una parola carina, la fuffa. Sembra qualcosa di morbido e di accogliente.

Ed effettivamente, ripensandoci, un po’ lo è.

È rassicurante leggere qualcosa di già interiorizzato, conosciuto o qualcosa che non ci metta in discussione: mica c’abbiamo tempo, noi, di smantellare le nostre convinzioni o di farci nuove idee, no, andiamo di fretta, dopotutto.

Per fortuna che c’è la fuffa, allora. Qui dentro, là fuori.

Su internet, come al bar. Dedichiamo un “amen” alle persone che la producono, sennò noi come faremmo a sentirci motivati ogni giorno.

Mi viene sempre in mente il video in cui Marco Montemagno, guru della gente, disse: “il lavoro non si cerca ma si attrae”. Banalissimo concetto preso in prestito alla psicologia relazionale, che afferma che l’amore si palesi nel momento in cui si è sicuri di chi si è e di cosa si può offrire all’altro.

Orde di gente che “Montemagno, hai ragione!1!!1”, che non biasimo, perché in un periodo di crisi tutti abbiamo bisogno di frasi apparentemente banali.

Il punto è proprio questo: la fuffa esiste e a volte ne abbiamo bisogno.

Ma considerare la gente che la produce come eroi, geni, guru di qualcosa è davvero la mossa giusta, quella che ci permette di crescere in quanto individui e professionisti?

Pullulano post con toni egoespressivi, orgogliosi di fare parte di quest’azienda, di un’organizzazione, di un progetto, dei grandi risultati raggiunti, degli eventi in cui si è stati.

Sì, ma nella pratica, cosa fai? Cosa c’è di speciale? Perché non me lo racconti per davvero?

E quindi ci convinciamo che persona X sia una persona di successo, perché scrive di esserlo.

Fuffa, ancora una volta, che si scopre non appena si entra un po’ più in profondità nel discorso a faccia a faccia con tutte le persone che utilizzano questa tecnica per “attrarre”, online e offline.

Quindi ad un certo punto legittimiamo i venditori di fuffa a dirci “vuoi sapere come ho fatto a raggiungere X?“, dove per X indichiamo un risultato inventato probabilmente da lui ma che noi prenderemo per vero perché ci piace credere di esserci imbattuti nel genio di turno.

Li legittimiamo a venderci le loro chiacchiere, perché cediamo a degli escamotage che utilizzano per ottenere qualcosa in cambio.

Sì, voglio sapere come hai fatto a raggiungere un risultato.

E se fosse vero, me lo diresti. E se fosse vero e me lo dicessi subito, io ti seguirei, perché mi attrarresti con fatti, che attestano che tu vendi ciò che scrivi.

Ma a noi piace la fuffa, perché è morbida. Ci permette di crogiolarci e di sentirci bene nella nostra mediocrità, poiché altrimenti metterci in gioco ad ogni difficoltà sarebbe estenuante e, sinceramente, non per tutti.

Ci meritiamo di essere presi per il culo dall’ennesimo post con le emoji infuocate e il “vuoi sapere come ho fatto…” millantando migliaia di euro di vendite e chiedendoci di commentare parole o sigle.

L’equivalente markettaro del “condividi e scrivi Amen per salvare i bambini che muoiono di fame”. O del “se io dico EEE, voi del pubblico dite OOO” del DJ della costa tirrenica in una serata in cui si sente il David Guetta de noialtri.

Ce lo meritiamo, perché non siamo pronti a tutti i vari modi per creare contenuti di valore, generare un dialogo vero e creare connessioni basate su qualcosa di sincero.

Perché tutte queste cose richiedono tempo e un pizzico di personalità.

Che abbiamo deciso di non avere, perché è meglio mostrarsi fuffa.

Morbidi. Accoglienti. Facili. Banali.

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