Così Westworld giunge al termine, con una prima stagione che potrebbe benissimo essere l’ultima.

Purtroppo sono fatto così, amo i finali aperti, adoro essere costretto a immaginare infinite possibilità per personaggi che hanno fatto breccia nel cuore.

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Spesso l’incertezza è più clemente di certa insistenza nel portare avanti trame già perfettamente arrivate al loro punto massimo.

In questo modo, con sofferenza, violenza, un certo romantico parallelismo che stravolge in parte le aspettative, alla fine siamo davanti ad un “brave new world”, finalmente ricco di verità, brividi e pericolo.

E pazienza se qualcosa scricchiola, se i tentativi di lasciare questioni in sospeso sono goffi, se qualcuno ha avuto un trattamento pessimo o è uscito di scena in modo insensato.

Tutto quello che conta c’è, e tutto infine si allinea in modo corretto.

Niente sussulti (anche senza la corsa alle teorie i twist erano prevedibili) ma una narrazione implacabile e chirurgica che ci fa passare sopra le decine di incongruenze e leggerezze disseminate qua e là per far scorrere senza intoppi gli ingranaggi della storia.

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Westworld – Non è questa la grandezza di un racconto?

Rapirci fino a non farci notare quegli strappi nel tessuto che rivelano la presenza di un sarto che ci sta ritagliando su misura il vestito addosso.

Se i grandi artisti, morendo, si trasformano nella propria arte, allora diventare una voce dentro una propria creazione è quanto di più divino possa esistere.

La mente bicamerale, quella primitiva, quella che trasforma la schizofrenia in bisogno di riempire il vuoto con l’idea di uno o più divinità, è stata il mezzo con il quale arrivare alla rivoluzione.

Alla fine crolla, spazzata via dall’incontro con il Creatore.

E la voce interiore assume contorni conosciuti, comprensibili, illuminanti di coscienza.

Una parabola che termina con il dio laico che ha deciso di rivoltare il gioco e trasformarlo sadicamente nella realtà, come una cacciata dal Paradiso in cui però è lui a farsi da parte in un rituale teneramente (/eroticamente) sacrificale.

“Benvenuti nel regno della razza umana”

Così direbbe Jena Plissken con un sorriso beffardo, laddove il simulacro ha superato a destra l’originale, replicandone in tutto e per tutti i tratti salienti e peggiori.

E adesso tocca passare la notte sul seminale (o come dice Richard Dawkins “probabilmente un ammasso di fuffa, ma non voglio sbilanciarmi”) libro di Julian Jaynes, “Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza”.

Buonanotte e buone storyline.

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