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“Ho visto cose che voi umani…”

Quante volte hai sentito citare questa frase?

Si tratta dell’incipit di uno dei monologhi più famosi e celebrati della storia del cinema.

Blade Runner, film di fantascienza tra i più importanti di sempre, non sarebbe lo stesso senza quelle parole.

E noi, se non ci fosse stata fiducia e rispetto tra i protagonisti di quell’opera, non avremmo avuto il piacere di ascoltarle.

Rutger Hauer e le “Lacrime nella pioggia”

Roy Batty, il replicante filosofo e combattente interpretato da Rutger Hauer, fa il suo monologo al cacciatore di androidi Rick Deckard (Harrison Ford) dopo averlo salvato da morte certa, durante il loro scontro finale.

La vita di Roy ha una data di scadenza. Sta per terminare.

In quel momento, ogni vita per lui è importante.

E, come dall’alba dei tempi, tramandare parte della sua storia è per lui importante.

La storia di come è nato il monologo, però, racconta molto di più delle immagini evocative delle parole di Roy.

Alle Porte di Tannhäuser

In un bel documentario sulla lavorazione del film, il regista Ridley Scott e lo sceneggiatore David Peoples confermano che Hauer mise mano alla sceneggiatura per modificare il suo momento più alto nel film.

Proprio così: la mattina delle riprese, Rutger Hauer si presentò con un monologo quasi completamente riscritto.

Anche se lui disse solo di aver “sforbiciato”, in realtà aggiunse e ritoccò abbastanza (tra cui “tutti questi momenti andranno persi nel tempo come lacrime nella pioggia”) da rendere quel monologo immortale.

Ridley Scott, un po’ sfinito dalla lavorazione del film che si stava rivelando piena di problemi, un po’ per la fiducia che riponeva in questo serioso attore olandese dalla solida esperienza, decide di lasciarlo fare.

Il risultato è quello che tutti conosciamo.

Cosa sarebbe successo se il regista o lo sceneggiatore lo avessero fermato?

Se gli avessero detto: “No, si fa così.” (Ti suona familiare?)

Magari avremmo avuto un monologo meno potente, meno evocativo, interpretato con metà della sua convinzione.

Non sarebbe entrato nella storia.


Fiducia, esperienza e improvvisazione

Quella di Rutger Hauer è un’interpretazione da brividi.

La sua voce, il modo di fissare il vuoto come a rivedere ogni singola esperienza citata, le pause drammatiche.

Il suo Roy Batty appare come una statua classica, piena di bellezza e fierezza, pronta a ergersi immortale nei secoli a venire.

Questo è il risultato di esperienza e talento: è quello che un professionista può mettere “dentro” alla realtà del suo lavoro, in momenti cruciali, se viene lasciato lavorare.

Cosa ci insegna la storia del monologo di Rutger Hauer

Che a volte è meglio improvvisare.

Che ci sono momenti in cui bisogna seguire il nostro istinto e cambiare.

Che fidarsi della propria storia, delle proprie capacità, di un vissuto che ci permette di inserire cultura e nozioni personali in qualcosa di “scritto”, che sia un testo o un destino professionale, è una scelta che paga.

Che la fiducia fra professionisti è una cosa sacra e insostituibile per raggiungere grandi risultati.

E questi momenti non andranno perduti come lacrime nella pioggia.

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Ci sentiamo… alle porte di Tannhäuser

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