SpotiWriting: a cadenza irregolare prendo una canzone che Spotify mi inserisce nella Discover Weekly e ci costruisco sopra, liberamente, un racconto brevissimo. Qualcosa che si possa leggere nel tempo della canzone.

“Tu hai fatto cosa?”

Il fatto che lui le abbia detto che forse l’amava non riuscivo a digerirlo.

“Manteniamo la calma, eh? Non è la fine del mondo”.

Avevo fatto appena in tempo a rimettermi i vestiti addosso che mi costringeva a notare il suo utilizzo pilatesco del plurale.

“Ma le hai detto ‘Ti amo’? Le hai proprio detto ‘Ti amo’, testuali parole?”

“Una cosa del genere”.

Spartaco era sdraiato a pancia in su a letto, ancora nudo. Fissava il soffitto.

Sapeva benissimo che quello non era il momento migliore per dire una cosa del genere, ma l’aveva detta lo stesso.

“Quando è successo? Ieri?”

“Sì, sì. Ieri. Mentre si faceva l’aperitivo”.

“Ma la ami?”

“Perché me lo chiedi? Forse, ho detto forse. Credo sia chiaro”.

“Forse la ami? Così non c’è rischio? Ma capisci quello che dici?”

“Credo di sì”.

“Credi troppe cose per essere uno che non è sicuro di niente. Va bene, forse la ami. Quindi?”

Il soffitto doveva essere davvero interessante.

“Forse mi sono espresso in un modo che le ha fatto credere che la amo”.

“Spartaco, porca puttana”.

Lui si girò lentamente come gli costasse immensa fatica, reclinando la testa, e finalmente mi guardò.

“È quello che ha voluto credere. Cioè, non è che per me lei è indifferente, ok? Mi piace…”

“Perché ha le tette?”, lo interruppi in modo brusco.

“No, no. Macché. Dai, non litighiamo. Puoi dirmi tutto quello che pensi”.

Mi passai due dita sulla fronte come a cancellare l’idea della fatica di sostenere un’infinita discussione che sarebbe scaturita, se solo avessi voluto.

Abbozzai un: “Penso di non avere la forza di sostenere una conversazione del genere dopo aver scopato con un vigliacco capace di avere le palle a letto ma non nella vita”.

Lui strizzò gli occhi. “Avevamo detto che non ce la saremmo presa, no? Che siamo superiori a cose come queste, che tra noi due va bene essere leggeri, come la storia dell’amore liquido”.

Sentii l’impulso di avvicinarmi e di sputargli in faccia. “Non è per darti giustificazioni che ti parlo di sociologia nei momenti in cui sembri capire qualcosa”.

La sua testa tornò nella posizione iniziale. Il soffitto tornò a dimostrarsi interessante.

“Non ti preoccupare, nel giro di qualche giorno si chiarisce, non farò niente di speciale con lei”.

“Magari in questo momento mi sto preoccupando per quella poverina”.

“Magari finirò a fare un discorso di questo tipo anche con lei”, disse flebile, stiracchiandosi. Si girò sul fianco destro, dandomi la schiena.

Rimasi a fissare il tatuaggio nella penombra fino a dover chiudere gli occhi per qualche secondo.

“Piove, non ho l’ombrello, me ne vado, cammino fino a casa, prendo una polmonite e ti odio per tutto il tempo che rimango a letto”, sibilai.

“Quindi quando guarisci torni a volermi bene?”

Sentivo la palpebra l’occhio sinistro iniziare involontariamente a contrarsi, come una ballerina.

“Me ne vado, Spartaco.”

Prese un sospiro profondo, come per prepararsi a un lungo discorso.

“Hmmm”, disse infine.

Rimasi in piedi in attesa per non so quanto. Non poteva vedere che serravo i pugni, scavandomi i palmi delle mani con le unghie.

“Ciao, Pat”.

“Penso sia un addio”.

“Ciao”, ripeté dopo qualche secondo, senza lasciarmi intravedere qualche emozione.

Serrai i denti, raccolsi il cappotto dal pavimento e me lo buttai addosso mentre correvo verso la porta.

L’avevo sbattuta, o mi sembrò di averla sbattuta, senza la convinzione necessaria a mandare un messaggio. Mentre scendevo le scale guardavo fisso davanti a me, rimuginando senza costrutto.

Chissà se l’amore liquido si lava via con la pioggia.

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