Come puoi essere un rivoluzionario se sei così tradizionalista?

Confesso. Sono andato al cinema a vedere La La Land ben due volte.

Questo nonostante non lo ritenga il capolavoro che molti vanno propagandando, Academy inclusa con le sue 14 candidature all’Oscar.

Nel film, il protagonista Sebastian (Ryan Gosling) è ossessionato dall’idea di “salvare il jazz”, la passione che vuole trasformare in un lavoro. Quasi una missione.

La sua concezione però, è come quella di un vecchio trombone fermo sulle sue posizioni.

Fermo” è la parola giusta.

Settant’anni indietro nel tempo, verrebbe da aggiungere.

L’idea di jazz presentata in La La Land, riflesso immagino delle idee dello scrittore-regista Damien Chazelle, è abbastanza semplicistica e confusa (ti rimando anche a questo bell’articolo di Slate)

Durante la seconda visione ho cercato di concentrarmi meglio su tutti quei dettagli che potevano essermi sfuggiti.

E me lo sono goduto forse anche di più, anche se a rimanere impresse nelle mia testa sono state soprattutto le parole che l’ex compagno di band e futuro datore di lavoro Keith (John Legend) rivolge a Sebastian in merito alla sua musica che “aggiorna” il jazz.

“Lo so. È diverso. Ma tu dici di voler salvare il jazz: come lo salvi il jazz se nessuno lo ascolta?

Il jazz muore per colpa di quelli come te!

Tu suoni davanti a gente di novant’anni: dove sono i ragazzi, dov’è il pubblico giovane?

Come puoi essere un rivoluzionario se sei così tradizionalista?

Resti aggrappato al passato… ma il jazz parla di futuro!”

Anche questo ragionamento è romantico, ma almeno cerca di essere realista e pone una questione interessante.

Un conflitto purtroppo rimasto inesplorato nella pellicola.

Siamo rivoluzionari o tradizionalisti?

Davvero è sempre utile pensare a quello che facciamo (che sia un lavoro o una passione) come qualcosa di inamovibile e “sacro”?

Non è che questo ci trattiene dall’agire, dall’osare… e quindi dall’ottenere risultati concreti e paradossalmente veicolare ancora di più il messaggio legato alla “filosofia” di quello in cui crediamo?

Mi ricordo come, nei primi tempi della Potter-mania o degli young-adult, molti criticassero questo tipo di libri.

Beh, se alcuni ragazzini sono passati da Hunger Games ai libri di fantascienza distopica di Philip Dick, magari non lo avrebbero mai fatto se non fosse stato per questi prodotti “di largo consumo”.

Per quanto mi riguarda, preferisco sempre un ragazzino con un libro in mano, chiunque sia l’autore o l’argomento (ok, con alcune eccezioni, certo: vedi youtuber o 50 Sfumature).

Perché se da quel libro anche solo il 2% dei giovani lettori avrà voglia di passare a qualcos’altro di più “impegnativo” o di approfondire, non sarà stato tempo perso.

Rivoluzionario al bromuro: il jazz cristallizzato di Sebastian

Sì, alla fine Sebastian apre il suo locale. A modo suo.

Un vero e proprio museo del jazz, in cui ha sistemato i feticci che ama (lo sgabello dove si è seduto Hoagy Carmichael) e suona quei brani storici che ama come un’opera di evangelizzazione.

Sarà davvero felice (al di là dell’amor perduto)?

Il suo locale avrà un futuro, passata la “moda” e il senso di novità del suo posto dove si fa un tuffo nella nostalgia e si recupera del jazz delle radici?

Persino il regista sembra instillare il dubbio, dato che le decine di spettatori che vediamo nel finale non sono certo giovani. E neppure sembrano amanti del jazz, ma clienti “casual” spinti dal fascino (quanto durevole, non si sa) del luogo.

Noi gli auguriamo tutta la fortuna del mondo, ma Sebastian – che vive nel passato e non ha amici – non sembra la persona più capace di relazioni umane che garantiscono il successo nella vita e negli affari.

Rivoluzionario vs. Tradizionalista: e tu?

Ovviamente questa è soltanto una mia umile riflessione, dettata dal fatto vedo nel cambiamento qualcosa di positivo e nella “fossilizzazione” intransigente qualcosa di statico e poco stimolante.

Ma sono curioso di sapere come la pensi, se vorrai scriverlo nei commenti.

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